Perdere un compagno di viaggio è come perdere una parte di sè
“E’ tardino ci dirigiamo verso il gate?”
“Andiamo...”
Dai dai facciamo una selfie per celebrare la partenza.
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| #giappominkia , #binkawai, #swag , #viaggio #mipiaccionolegiapponesi. |
“Non trovo il passaporto”
“Tranquilla adesso salta fuori”
Mancava mezz’ora alla apertura del gate...
Tirava un vento assurdo quando siamo arrivati, eravamo
contenti di aver raggiunto Copenaghen, 2 ore di viaggio, orecchie tappate,
labbra secche e l’aspettativa di avere altre 11 ore di volo insieme.
La calma prima della tempesta.
“Al gate dicono non ci sia”
“Andiamo a vedere se hanno trovato qualcosa al centro
assistenza”
Mancavano 40 minuti alla chiusura del gate, c’era ancora
tempo...
Non mangiare un Polser a Copenaghen è come andare in
Giappone e non mangiare sushi.
Mangiare Hot Dog a Copenaghen è come andare in Giappone e
mangiare cinese.
Gli hot dog però erano buoni...
“You
three must embark now, you can’t stay here”
“Ok”
“Dai forza che ce la fai, ti aspettiamo in aereo”
Eravamo sudati, divisi, seduti sull’aereo a osservare
l’entrata speranzosi.
“Embark complete”
Dannazione, non ce l’ha fatta.
Ognuno di noi pensava, si dava colpe che non aveva,
cercava soluzioni inesistenti.
Si spegne la luce della cintura di sicurezza, vedo Gary
che si alza e raggiunge Conva. Parlano.
Ero bloccato, ero curioso, volevo sapere. Li raggiungo
più tardi, parliamo, siamo stanchi, siamo disperati, eravamo preoccupati,
cerchiamo piani. Eravamo tagliati fuori dal mondo per 11 ore, eravamo impotenti su qualunque cosa,
non avevamo fatto in tempo per prendere decisioni prima, pensavamo a cosa avrebbe fatto, c’era del
pessimismo in aria.
Le 11 ore di viaggio più lunghe che abbia mai fatto,
fortunatamente una signora giapponese aveva accettato di cambiare il posto e
quindi almeno 2 di noi eravamo vicini.
Abbiamo parlato del più e del meno, diedi motivi per cui
la Sas era una pessima compagnia, guardai Frozen, ascoltati musica, ma era
impossibile dormire.
Una volta arrivati, Conva riceve un messaggio, era
riuscita a trovare un ostello e il giorno dopo si sarebbe diretta
all’ambasciata italiana per cercare una soluzione. Voleva raggiungerci, c’era ancora speranza.
“Yokoso”
Benvenuti.
Eravamo arrivati in Giappone.
Benvenuti in Giappone
"Ma piove fuori"
"Vallà, cosa dici"
Stava diluviando. Ecco ci mancava solo questo, un volo veramente stressante e cosa troviamo ad aspettarci? Non delle maid con una bella tavolata di sushi e sashimi ma della pioggia, della maledetta PIOGGIA.
Usciti dalla dogana ci guardiamo, avevamo veramente delle brutte facce, talmente brutte da chiedermi come avessero fatto a farci passare.
Prendiamo i biglietti del treno per Ueno, 1030 ¥.
L'inglese della commessa mi soprende, non è precissimo ma si riesce a capire, non smette di sorridere, accenna di testa, è gentile.
Non è solo lei, anche la stessa polizia della dogana non incute temore, saluta, fa il suo lavoro, sorride, ringrazia e saluta di nuovo. La polizia doganale cinese ti fa cagare addosso solo a guardarti.
In treno notiamo una Tokyo grigia, ma molto affascinante con sprazzi di colore dovuti ai ciliegi in fiori, attraversiamo, fiumi, campagne, case tipiche, città. Conva-san spiega che il tutto fa parte di Tokyo.
Verso metà viaggio ci alziamo io e Gary per cedere dei posti a degli signori anziani, passeremo la prossima mezz'ora in piedi, a una fermata guardo fuori dalla finestra, c'erano una donna che diceva alla figlia di salutarmi, noto dopo che erano insieme al signore a cui ho ceduto il posto.
Sul treno c'era silenzio nonostante fosse pieno, si sentivano principalmente le nostre chiacchiere e il rumore delle rotaie, mi guardo attorno, vedo cartelli pubblicitari e molta pulizia, nessun scarabocchio, nessun " Sasuke ti amo".
Anche alla stazione di Ueno, c'è silenzio, gente che passa indaffarata turisti, ma il tutto è estremamente tranquillo, sovrasta il rumore della metro, dei bagagli che vengono trascinati sul pavimento e delle comunicazioni dell'interfono.
L'inglese della commessa mi soprende, non è precissimo ma si riesce a capire, non smette di sorridere, accenna di testa, è gentile.
Non è solo lei, anche la stessa polizia della dogana non incute temore, saluta, fa il suo lavoro, sorride, ringrazia e saluta di nuovo. La polizia doganale cinese ti fa cagare addosso solo a guardarti.
In treno notiamo una Tokyo grigia, ma molto affascinante con sprazzi di colore dovuti ai ciliegi in fiori, attraversiamo, fiumi, campagne, case tipiche, città. Conva-san spiega che il tutto fa parte di Tokyo.
Verso metà viaggio ci alziamo io e Gary per cedere dei posti a degli signori anziani, passeremo la prossima mezz'ora in piedi, a una fermata guardo fuori dalla finestra, c'erano una donna che diceva alla figlia di salutarmi, noto dopo che erano insieme al signore a cui ho ceduto il posto.
Sul treno c'era silenzio nonostante fosse pieno, si sentivano principalmente le nostre chiacchiere e il rumore delle rotaie, mi guardo attorno, vedo cartelli pubblicitari e molta pulizia, nessun scarabocchio, nessun " Sasuke ti amo".
Anche alla stazione di Ueno, c'è silenzio, gente che passa indaffarata turisti, ma il tutto è estremamente tranquillo, sovrasta il rumore della metro, dei bagagli che vengono trascinati sul pavimento e delle comunicazioni dell'interfono.
Non c'è niente di più riscaldante che una ciottola di Soba
Arrivamo ad Iriya, una sola fermata da Ueno.
Usciamo dalla metro, una sferzata di vento gelido ci saluta, diluvia, ci rifugiamo sotto una tettoia per decidere il da farsi.
Conva tira fuori una mappa, da una direzione, partiamo, rosso, siamo sotto la pioggia a 5 m dalla tettoia a prendere pioggia, ci sentiamo stupidi e stanchi.
Dopo 50 m ci fermiamo insicuri della direzione, ci fermiamo prendo la mappa, ci riorientiamo e ripartiamo a tutta velocità sotto la pioggia, andiamo avanti per inerzia ormai.
"NICE MARNA" diventerà il nostro punto di rifermento, ci dirà che è il momento di girare, ma nonostante tutto non sappiamo tutt'ora che negozio era o se era un negozio.
Arriviamo finalmente al Sakura Ryokan, scale, ci sono delle maledette scale.
Saliamo, ci accoglie un signore con una camicia rosa e un inglese abbastanza chiaro, siamo finalmente arrivati al nostro primo covo.
"Le stanze saranno pronte per le 15.00".
Portiamo su le valigie e ci ributtiamo sotto la pioggia, recuperiamo 3 ombrelli da 200¥ ognuno e vari shampoo, dentrificio, doccia schiuma da usare nella permanenza in questa terra che ci stava dando un'accoglienza così grigia.
Erano le appena 13, decidiamo di trovare un posto per pranzare nonostante gli stomaci chiusi.
Camminiamo e camminiamo fino a quando non finiamo in un minuscolo chiosco di soba con degli stendardi appesi all'esterno, esaminiamo con indecisione la proposta appesa all'entrata fino a quando dei clienti dietro di noi fanno cenno di accomodarci.
Veniamo colti con calore da una signora e un giovane cuoco che ci indicano una specie di distributore automatico per gli ordini, noto che sopra di esso c'è un piccolo scaffale di manga e libri che i clienti sfogliano durante l'attesa.
Ordiniamo con timidezza dalla macchinetta dove paghiamo, prendiamo tutti e 3 i soba di base, ci sediamo, era come essere in uno di quei chioschi degli anime dove sei seduto al bancone.
Ci portano 2 bicchieri di acqua con ghiaccio giusto per rinfrescarci.
Arrivano i soba.
La scelta di un spaghetti in brodo non fu mai così azzeccata, i soba erano squisiti e ci avevano riscaldato da dentro.
Torniamo al Ryokan verso le 14.00, troviamo le stanze pronte.
Ci accomodiamo nelle stanze.
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| Home? |
Ridiamo scherziamo, contattiamo i nostri genitori, Claudia e cerchiamo di trovare una soluzione al problema, cerchiamo di capire dove è stato perso il passaporto.
Ci addormentiamo sulle note di C418 e Balmorhea.
5 ore dopo ci svegliamo, un po' storditi ma di buon umore, avevano trovato il passaporto di Claudia e posti permettendo ci avrebbe raggiunto il giorno dopo a Tokyo.
Ceniamo con qualche Onigiri presi al Seven Eleven vicino al Ryokan.
Fuori diluviava ancora più forte ma gli ombrelli da 200¥ fanno un lavoro impeccabile nel coprirci.
Verso mezzanotte cerchiamo di dormire ancora, ma non prima di aver assalito Conva nella sua stanza con adosso degli yukata e una bandana che sarebbe stata la cintura.
Ancora sorridenti cerchiamo di dormire qualche ora con la consapevolezza di riunirci alla nostra compagna perduta il giorno dopo.




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